La curva della complessità.

L’infodemia e l’incertezza dei viventi

“Quante sono, ad oggi, in Italia, le persone contagiate dal COVID-19?
E quante tra queste sono decedute?”

Immaginate qualcuno ci faccia questa domanda a bruciapelo. Cosa risponderemmo?
Alcuni di noi, immagino quei non moltissimi che monitorano i numeri per lavoro o che hanno una predisposizione a ricordarli, risponderebbero senza esitazioni “poco più di 228 mila i contagiati, poco più di 32 mila i deceduti.”

Altri tra noi rimarrebbero più sul vago, mentre altri ancora si sentirebbero spiazzati dalla domanda e si limiterebbero magari a dire che il contagio aumenta ma in misura sempre minore, così come il numero dei decessi. Risponderemmo quindi non sui numeri assoluti ma sull’andamento tendenziale, d’altronde è più facile.

Eppure questi numeri (casi positivi, decessi, ricoverati con sintomi, isolati a domicilio) dovremmo ormai conoscerli, almeno per sommi capi. Ne siamo bombardati quotidianamente. Ne parlano le tv, i giornali, i social: ci arrivano da tutte le parti in forma verbale, scritta o grafica, che lo vogliamo oppure no. Dovremmo essere facilmente in grado di saper dire non solo quanti sono i vari casi, ma anche se sono tanti, se sono pochi, come cambiano prima o dopo il lockdown. Non è facile.

Contestualizzarli, poi, è un altro paio di maniche: ormai per grosse linee abbiamo capito la differenza tra “picco” e “plateau”, sappiamo che una cosa che si chiama “R con zero” è importante per monitorare la velocità con cui l’epidemia si espande, abbiamo imparato ad usare tanti termini nuovi, ma ancora, quando siamo chiamati a fare una fotografia della situazione, ci sentiamo a disagio.

Le ragioni di questo disagio possono essere diverse, ma una di queste, sicuramente rilevante, è quella che l’OMS, in un Situation Report dei primi di febbraio[1], usando un termine coniato in precedenti occasioni, ha chiamato infodemia”, cioè “una sovrabbondanza di informazioni – alcune accurate altre no – che rende difficile alle persone trovare fonti attendibili e indicazioni affidabili quando ne hanno bisogno”.

L’infodemia è qualcosa che va oltre la disinformazione da fake news; diciamo che potremmo definirla come “la figlia legittima della complessità”. L’infodemia è quella confusione che si genera quando i fenomeni cui guardiamo hanno molteplici sfaccettature, e ognuna con le proprie implicazioni. È quando non sappiamo più a chi dare retta tra coloro che cercano di raccontare o spiegare un argomento complesso. È quando non ricordiamo quali erano le ultime informazioni aggiornate, o quale istituzione o rivista scientifica o telegiornale o professionista aveva affermato cosa. Quando non riusciamo più a capire quale informazione sia davvero rilevante per noi e degna di attenzione.

Perché non è solo questione di abbondanza di informazioni, c’è anche la questione della loro affidabilità – mi riferisco al già citato caso delle fake news – ma anche, laddove abbiamo giudicato la fonte affidabile, la questione della coerenza. Quest’ultima è particolarmente fastidiosa, dal momento che, una volta che abbiamo individuato più voci “referenziate” e reputate degne di fiducia, cui dare retta, ecco che queste ci comunicano informazioni contraddittorie tra loro.

E così, se a più di due mesi dal lock down qualcuno ci chiedesse se i tamponi vadano fatti a chi presenta sintomi, ad un gruppo di persone a rischio o a tutta la popolazione indiscriminatamente, noi “non esperti” che abbiamo seguito le pubblicazioni o i pareri dei virologi e degli epidemiologi più consultati non abbiamo ancora un’idea chiara al riguardo. Figuriamoci poi se ci chiedessero qualcosa sulle previsioni sull’andamento dell’epidemia nel medio-lungo periodo sulla base dei modelli statistici e le simulazioni sviluppate dagli istituzioni di ricerca nazionali e internazionali…

Troppe voci, poche “intermediazioni”, scarsi supporti (almeno inizialmente) da parte di chi potrebbe aiutarci a capire, rendendoci la complessità comunicabile in modo chiaro e affidabile.

Ne risulta che, quotidianamente, diversi tra noi, cercando in tutti i modi conforto nelle notizie che ci aiutino a comprendere, a sperare nel meglio o, a seconda dei casi, a prepararsi al peggio, si trovano a confrontarsi con la mutevole incertezza generalizzata che, almeno in parte, l’infodemia produce.

Cosa fare allora?

Sorprendentemente, un aiuto ci può venire in questo caso non dalla scienza, ma dalla letteratura. I grandi scrittori, i cosidetti “classici”, sono considerati tali perché ci hanno offerto una visione “leggibile”, o addirittura “vivibile”, della complessità delle vicende umane. Ci hanno reso tangibile l’intangibile e descrittibile l’indefinibile, hanno portato in superficie le profondità delle cose umane, hanno dato volti ai sentimenti, hanno racchiuso e ordinato il caos in storie racchiuse in pagine e parole.

Parlando di classici e di complessità, tanto per fare un esempio, a qualcuno quindi potrebbe tornare in mente la descrizione dell’”Inferno dei viventi” che Marco Polo fa all’imperatore dei tartari Kublai Khan nelle Città invisibili di Italo Calvino. Quale miglior immagine di un “inferno dei viventi” come metafora per una sensazione generalizzata di incertezza durante una pandemia!

Infatti, se “storpiando” un po’ le parole di Calvino e sostituendo la parola “incertezza” a quella di “inferno”, il testi suonerebbe così:

 “l’incertezza dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è una, è quella che è già qui, l’incertezza che abitiamo tutti i giorni, che avvertiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.

Il primo riesce facile a molti: accettare l’incertezza e diventarne parte fino al punto di non farci più caso.

Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’incertezza, percepiamo come solido e rassicurante, e farlo durare, e dargli spazio.”

Calvino, pur parafrasato, sembra dirci tre cose rispetto a questa situazione del Covid.

La prima: le incertezze che si porta dietro la pandemia le viviamo e le affrontiamo tutti insieme, e le alimentiamo insieme, attraverso le nostre interazioni.

La seconda: ci si può rassegnare, aspettare che le cose capitino, guardare agli eventi in modo passivo senza cercare necessariamente di dare un senso più ampio a quello che leggiamo. Ci daranno delle istruzioni, cercheremo di seguirle.

La terza: ci si potrebbe sforzare di individuare ed agganciarci a quei pochi riferimenti all’interno del panorama infodemico che percepiamo come affidabili, chiari, aggiornati, dei quali riusciamo a cogliere, comprendere ed acquisire con maggior facilità il messaggio comunicato.

Già, i riferimenti, ma quali?

Ognuno di noi ha i suoi, ma in clima di incertezza sempre meglio muoversi all’interno di quelli prevalentemente “accreditati” dalla comunità scientifica.

Rimandando ad altri contesti gli approfondimenti del caso, proviamo ad indicarne alcuni, pur in modo schematico e non esaustivo.

Partendo dall’andamento della pandemia, in questi tre mesi molti hanno individuato come riferimento informativo principale la curva dei contagi, dalla cui forma è possibile quotidianamente monitorare l’ammontare complessivo dei casi positivi e il loro incremento o decremento giornaliero. I riferimenti sono quelli che tutti ormai conosciamo, in primis il sito dell’Istituto superiore di sanità con i suoi rapporti aggiornati[2], quello del Ministero della Salute[3] e soprattutto la dashboard dell’Organizzazione mondiale di sanità (OMS)[4]. La rilevanza informativa di questa curva è stata attestata dal successo dell’iniziativa “Flatten the curve”[5] (abbassa la curva), efficace nel rappresentare in modo chiaro e intuitivo il senso delle misure di contenimento di un’epidemia.

Quanto alla comprensione del senso delle misure di contenimento e monitoraggio, e soprattutto ai criteri per la graduale uscita dal lockdown, ci si può riferire (in alternativa a decreti e task force) alle indicazioni dell’OMS, della Commissione Europea, del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), dell’Associazione italiana di Epidemiologia (AIE) e dei gruppi di esperti più attivi nella comunicazione scientifica sulla pandemia, tra cui Filippo Anelli, Roberto Burioni, Pier Luigi Lopalco e Guido Silvestri, solo per fare alcuni nomi[6].

I nomi citati non lo sono a caso. Infatti, per seguire le evoluzioni della crisi, alcune voci nel coro infodemico si sono via via imposte, prima sui social quindi sui media, per la loro capacità di lettura e di comunicazione della complessità in modo chiaro e incisivo, prevalentemente equilibrato, talvolta provocatorio o polemico (e qui però torniamo alla questione sulla coerenza delle comunicazioni). Ai nomi già accennati, in particolare la “star” del web Guido Silvestri, professore ordinario e capo dipartimento di Patologia all’Università Emory di Atlanta, autore tra l’altro delle seguitissime “Pillole di ottimismo” su Facebook, ne vanno aggiunti altri, tra cui, nell’impossibilità di fare un elenco completo, quelli delle giornaliste e divulgatrici scientifiche Roberta Villa e Cristina Da Rold, o i “medici in prima linea” facilmente intercettabili sui social (Donato Greco, Giovanni Maga, Ilaria Capua, Massimo Galli… difficile ricordarli tutti).

Molti altri contributi importanti li possiamo trovare anche su quei blog e quelle riviste online che sanno coniugare chiarezza e specificità, visione e capacità di approfondimento (tra questi Scienze in rete, il Post, Quotidiano Sanità, Saluteinternazionale, Forward, Medical facts, Wired, Valigia Blu, Nuovo e utile…).

Insomma, benché sia difficile procedere ad una “catalogazione ragionata e completa” dei riferimenti informativi cui agganciarci per farci traghettare attraverso l’infodemia e oltre la pandemia, la buona notizia è che questi riferimenti ci sono.
Può essere pertanto utile (e piacevole) selezionarne alcuni, quelli i cui modi di comunicare ci fanno sentire più a nostro agio, quelli il cui messaggio ci arriva forte e chiaro, e seguirli, sui social o sugli altri media, dedicando loro tempo, dando loro spazio, anche a scapito del resto.

Oppure no.

Oppure tutto ciò che avete letto finora non è nient’altro che un ulteriore contributo informativo che va ad ampliare le dimensioni del girone infodemico.

Si perché l’inferno dei viventi può, così come il diavolo, annidarsi nei dettagli.
Perché anche scrivere di infodemia, in fin dei conti, è infodemia.

👉 RIGUARDA LA PUNTATA

Giacomo Galletti, economista, ricercatore sociosanitario e coach.

Abitualmente in forze presso l’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana, qui esprime – in versione free lance – opinioni strettamente personali.

 

Miriam Szasz. Rivisitazione in chiave COVID di Alexander Calder, Lo oscuro invade mi cuerpo, 1970 (litografia a colori).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] https://www.ars.toscana.it/2-articoli/4253-nuovo-coronavirus-2019-ncov-cina-infodemia.html

[2] https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-sorveglianza-dati

[3] http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5351&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto

[4] https://who.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/ead3c6475654481ca51c248d52ab9c61

[5] https://www.ilpost.it/2020/03/17/abbatti-la-curva-grafico-storia/

[6] https://www.ars.toscana.it/2-articoli/4304-covid-19-fase-2-criteri-ripartenza.html

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